La tracciabilità dell’utente mobile, da iOS ad Android, elemento prezioso per le indagini

L’iPhone e l’iPad 3G tengono traccia degli spostamenti dell’utilizzatore memorizzando le coordinate geografiche delle celle a cui i loro dispositivi si collegano per la normale attività di rete, e non sono gli unici.  Molti hanno scoperto questo fatto nei giorni scorsi, ma non le forze dell’ordine del West Virginia e gli sviluppatori dei software utilizzati a questo scopo. Da un articolo pubblicato dal Mercury News emerge infatti che la verifica del file in questione fa parte delle operazioni di routine che vengono effettuate durante le indagini da parte degli investigatori. Questo almeno è quanto ha dichiarato Christopher Vance, avvocato specialista nel campo digitale del Marshall Univerity’s Forensics Science Center.

Secondo altri avvocati specializzati in privacy tutto questo ha profonde implicazioni per i possessori dei prodotti in questione. Jeff Chester, Execurtive Director of Center for Digital Democrazy, un gruppo di avvocati a sostegno dei consumatori, ha dichiarato: “Apple has unwittingly or knowingly become complicit in a wide range of mobile surveillance“. Tutto questo trambusto ha attirato anche l’attenzione di Parlamentari americani che hanno scritto una lettera a Steve Jobs affinchè fornisca maggiori informazioni in proposito.

Sean Morrissey, CEO of Katana Forensics, ha dichiarato di aver scoperto questo “tracciamento” all’inizio dell’anno scorso, sotto iOS 3.x. Con iOS 4, uscito il 24 giugno 2010, Apple spostato e rinominato il file di Log ed ha iniziato a sincronizzarlo con il computer degli utenti, rendendolo molto più accessibile. Katana, sviluppatore di Lantern, applicazione offerta ad imprese e forze dell’ordine per estrarre i dati dai dispositivi iOS, ha sviluppato un tool per accedere ai dati contenuti nel file in questione, ed ha incluso questo tool nell’ultima versione di Lantern rilasciata a gennaio. Katana offre consulenza a dozzine di casi ogni mese, casi che vanno dalla scomparsa di persone a sequestri di persona.

Access Data, che fornisce un software simile, ha dichiarato nella persona di Lee Reiber, direttore dell’ufficio legale della società, che i dati estratti da tale file non forniscono la posizione precisa dell’utente, non quindi un punto specifico, ma soltanto il ponte radio al quale il dispositivo era collegato, informazione preziosa agli investigatori. Reiber ha dichiarato che gli stessi dati possono essere estratti da tanti altri dispositivi mobili di altre marche: “It’s not just (Apple) iDevices” sono le esatte parole pronunciate.

Il Wall Street Journal ha scritto lo scorso martedì che i telefoni con sistema operativo Android memorizzano gli stessi dati e li inviano a Google ogni pochi secondi, in questo caso non si sa se vengono tenuti memorizzati anche sul dispositivo.

Si tratta quindi di una problematica che investe l’intero panorama delle telecomunicazioni, e che è emersa a carico dell’iPhone per il grande impatto mediatico che riveste qualsiasi notizia lo riguardi, magari con qualche interessa da parte di molti concorrenti che in questi casi non disdegnano di “soffiare sulla brace ardente” per mettere in cattiva luce Apple ed i suoi prodotti che obiettivamente stanno sbaragliando il mercato.

Ci ricorda molto da vicino la vicenda “Antennagate”.

La discussione tra fautori della tutela della privacy ad ogni costo e chi ha bisogno di questi dati per svolgere indagini e scoprire autori di reati o delitti, ricercare persone scomparse ed altre attività preziose delle forze dell’ordine, non avrà mai fine. Il limite che divide usi leciti ed usi in violazione della privacy dipende infatti da ogni singolo caso e difficilmente potrà essere una normativa a scegliere sempre per il meglio.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *