Digital War

La guerra della Silicon Valley

Si è scatenata una guerra, la guerra della Silicon Valley, delle piattaforme social e dei software di messaggistica. Innescata dalle etichette per la privacy di Apple, rilanciata dai fatti di Washington e dai conseguenti ban di Twitter e Facebook all’account del Presidente Trump, ed ancora con l’attacco di Apple, Google e Amazon a Parler, applicazione di messaggistica “senza filtri” dove sembra stiano confluendo i sostenitori di Trump più fanatici, espulsi o censurati dagli altri strumenti a causa delle loro posizioni giudicate incompatibili con le politica di tolleranza e rispetto. Si apre una fase molto delicata, che sposterà il confine sulla libertà di espressione, non senza importanti pressioni ed implicazioni politiche.

 

Della questione delle Etichette per la Privacy di Apple ne abbiamo già parlato approfonditamente, ma ora si è aperto un nuovo capitolo molto più pesante, perchè coinvolge la politica, la Presidenza degli Stati Uniti ed il ruolo che i big della Silicon Valley ricoprono in questo scenario molto sfaccettato.

Se fino ad ora si parlava della privacy degli utenti e dell’uso delle informazioni acquisite dalle applicazione, raffrontando quante e quali informazioni venivano raccolte, e per quali scopi, adesso la questione si sposta su un livello più alto e coinvolge libertà, democrazia e sicurezza.

Nel mirino c’è Parler, applicazione di messaggistica che ha fatto della mancanza di filtri il proprio cavallo di battaglia.

Google lo ha direttamente bannato dal Play Store per aver tollerato in maniera esplicita post che incitano alla violenza. Quese le dichiarazioni di un portavoce ad Ars Tecnica: “Siamo al corrente di continui post che cercano di incitare alla violenza negli Stati Uniti. Alla luce di quel che sta succedendo, al pericolo per la sicurezza pubblica, sospendiamo l’App dal Play store fino a quando non correggerà queste azioni”.

Apple ha dato invece un ultimatum perentoreo, sollecitando lo sviluppatore ad implementare meccanismi di moderazione, rimuovere contenuti discutibili e notizie prive di fondamento, minacciando altrimenti di eliminare l’App dal proprio Store.

Apple si è dilungata spiegando di  avere ricevuto reclami in quanto l’app sarebbe stata utilizzata dai supporter di Trump per pianificare e coordinare l’attacco al Campidoglio dello scorso 6 gennaio. L’app Parler, spiega Apple, “non integra effettivamente meccanismi di moderazione e rimozione dei contenuti che incoraggiano attività illegali, con gravi rischi per la salute e la sicurezza degli utenti”.

Apple ha evidenzaito come il CEO di Parler avesse dichiarato di non sentirsi responsabile e che non dobrebbe esserlo nemmeno la piattaforma, considerata una piazza neutrale che semplicemente si attiene alle leggi. Apple ha dichiarato nella sua lettera, che “Parler è di fatto responsabile di tutti i contenuti generati dagli utenti presentati nel vostro servizio, garantendo che questi contenuti soddisfino i requisiti dell’App Store per la sicurezza e protezione dei nostri utenti. Non distribuiremo app che presentano contenuti pericolosi e dannosi”.

Le modiciche richieste da Apple non sono arrivate, e trascorse le 24 ore di tempo stabilite per mettersi “in regola” con le linee guida dello store, l’applicazione è stata rimossa.

I termini di servizio di Parler mostrano una politica di controllo dei contenuti vaga e contraddittoria; di fatto quella messa in atto è stata di non rimuovere né segnalare messaggi discutibili o con contenuti falsi, lasciando ad altri utenti il compito di smentirli.

Lo stesso fondatore John Matze aveva dichiarato in precedenza che i messaggi di odio non saranno mai vietati perché “non possono essere definiti“, e a giugno dello scorso anno Parler pubblicò la “Dichiarazione di Indipendenza di Internet” attirando  l’attenzione su di se con l’intento di catturare utenti di altri servizi, come Twitter, parlando esplicitamente di “tecnofascismo“, di “tiranni della tecnologia” intenti ad “accumulare i nostri dati personali deumanizzandoci tutti“. 

Dopo le decisioni prese da Google ed Apple, arriva anche la sospensione dell’account AWS, ovvero il blocco dell’accesso ai server di Amazon su cui si basa l’intera struttura al servizio di Parler, sollecitato da un gruppo di dipendenti indicato come “Amazon Employees for Climate Justice”. Nella dichiarazione rilasciata dal gruppo leggiamo: “Non possiamo essere complici di ulteriori spargimenti di sangue e attacchi violenti alla nostra democrazia“.

La comunicazione a Parler è arrivata sabato sera, secondo la quale Amazon non avrebbe più fornito i propri servizi cloud a partire dalla mezzanotte della stessa gioranta

Nascono spontanee molte riflessioni sui risvolti politici di tutto questo, l’impatto emotivo dei fatti di Washington è stato grande e può spingere a contromisure che aprono scenari difficili da immaginare.

I commenti all’articolo sono aperti, raccomandiamo moderazione.

Tra le fonti: New York Times, CNBC.


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